Buzzati per tirarci su

Oltre le stelle

           

«Osservate più spesso le stelle. Quando avrete un peso sull’animo, guardate le stelle o l’azzurro del cielo. Quando vi sentirete tristi, quando vi offenderanno, quando qualcosa non vi riuscirà, quando la tempesta si scatenerà nel vostro animo, uscite all’aria aperta e intrattenetevi, da soli, col cielo. Allora la vostra anima troverà la quiete»  (Pavel Florenskij)

 

È con tale stato d’animo che vi offro questo tenero racconto di Dino Buzzati, un buffo ritratto della vita celeste di un santo un po’  “scalcinato”.  Niente di meglio per riprendere l’abitudine di alzare lo sguardo oltre le preoccupazioni contingenti e per rammentarci l’indissolubilità tra santità e semplice buonumore. Clicca QUI per leggerlo

L’oste

 

Santi           

di Dino Buzzati

 

 

I Santi hanno ciascuno una casetta lungo la riva con un balcone che guarda l’oceano, e quell’oceano è Dio. D’estate, quando fa caldo, per refrigerio essi si tuffano nelle fresche acque, e quelle acque sono Dio. Alla notizia che sta per arrivare un santo nuovo, subito viene intrapresa la costruzione di una casetta di fianco alle altre. Esse formano così una lunghissima fila lungo la riva del mare. Lo spazio non manca di sicuro.

Anche san Gancillo, come giunse sul posto dopo la nomina, trovò la sua casetta pronta uguale alle altre, con mobili, biancheria, stoviglie, qualche buon libro e tutto quanto. C’era anche, appeso al muro, un grazioso scacciamosche perché nella zona vivevano abbastanza mosche, però non fastidiose.

Gancillo non era un santo clamoroso, aveva vissuto umilmente facendo il contadino e solo dopo la sua morte, qualcuno, pensandoci su, si era reso conto della grazia che riempiva quell’uomo, irraggiando intorno per almeno tre quattro metri. E il prevosto, senza troppa fiducia in verità, aveva fatto i primi passi per il processo di beatificazione.

Da allora erano passati quasi duecento anni. Ma nel profondo grembo della Chiesa, passettino passettino, senza fretta, il processo era andato avanti. Vescovi e Papi morivano uno dopo l’altro e se ne facevano di nuovi, tuttavia l’incartamento di Gancillo quasi da solo passava da un ufficio all’altro, sempre più su, più su. Un soffio di grazia era rimasto attaccato misteriosamente a quelle scartoffie ormai scolorite e non c’era prelato che, maneggiandole, non se ne accorgesse. Questo spiega come la faccenda non venisse lasciata cadere. Finché un mattino l’immagine del contadino con una cornice di raggi d’oro fu issata in San Pietro a grande altezza e, di sotto, il Santo Padre personalmente intonò il salmo di gloria, elevando Gancillo alla maestà degli altari.

 

Al suo paese si fecero grandi feste e uno studioso della storia locale credette di identificare la casa dove Gancillo era nato, vissuto e morto, casa che fu trasformata in una specie di rustico museo. Ma siccome nessuno si ricordava più di lui e tutti i parenti erano scomparsi, la popolarità del nuovo santo durò ben pochi giorni. Da immemorabile tempo in quel paese era venerato come patrono un altro santo, Marcolino, per baciare la cui statua, in fama taumaturgica, venivano pellegrini anche da lontane contrade.  Proprio accanto alla sontuosa cappella di San Marcolino, brulicante di ex voto e di lumini, fu costruito il nuovo altare di Gancillo. Ma chi gli badava? Chi si inginocchiava a pregare? Era una figura così sbiadita, dopo duecento anni. Non aveva niente che colpisse l’immaginazione. Comunque, Gancillo, che mai si sarebbe immaginato tanto onore, si insediò nella sua casetta e, seduto al sole sul balcone, contemplò con beatitudine l’oceano che respirava placido e possente.

 

Sennonché il mattino dopo, alzatosi di buon’ora, vide un fattorino in divisa, arrivato in bicicletta, entrare nella casetta vicina portando un grosso pacco; e poi passare alla casetta accanto per lasciarvi un altro pacco; e così a tutte quante le casette, finché Gancillo lo perse di vista; ma a lui, niente. Il fatto essendosi ripetuto anche nei giorni successivi, Gancillo, incuriosito, fece cenno al fattorino di avvicinarsi e gli domandò: «Scusa, che cosa porti ogni mattina a tutti i miei compagni, ma a me non porti mai?». «È la posta» rispose il fattorino togliendosi rispettosamente il berretto «e io sono il postino».

«Che posta? Chi la manda?». Al che il postino sorrise e fece un gesto come per indicare quelli dell’altra parte, quelli di là, la gente laggiù del vecchio mondo. «Petizioni?» domandò san Gancillo che cominciava a capire. «Petizioni, sì, preghiere, richieste d’ogni genere» disse il fattorino in tono indifferente, come se fossero inezie, per non mortificare il nuovo santo. «E ogni giorno ne arrivano tante?». Il postino avrebbe voluto dire che quella era anzi una stagione morta e che nei giorni di punta si arrivava a dieci, venti volte tanto. Ma pensando che Gancillo sarebbe rimasto male se la cavò con un: «Bè, secondo, dipende». E poi trovò un pretesto per squagliarsela.

 

 Il fatto è che a san Gancillo nessuno si rivolgeva mai. Come neanche esistesse. Né una lettera, né un biglietto, neppure una cartolina postale. E lui, vedendo ogni mattina tutti quei plichi diretti ai colleghi, non che fosse invidioso perché di brutti sentimenti era incapace, ma certo rimaneva male quasi per il rimorso di restarsene là senza far niente mentre gli altri sbrigavano una quantità di pratiche; insomma aveva quasi la sensazione di mangiare il pane dei santi a tradimento (era un pane speciale, un po’ più buono che quello dei comuni beati).

Questo cruccio lo portò un giorno a curiosare nei pressi di una delle casette più vicine, donde veniva un curioso ticchettio. «Ma prego, caro, entra, quella poltrona è abbastanza comoda. Scusa se finisco di sistemare un lavoretto, poi sono subito da te» gli disse il collega cordialmente. Passò quindi nella stanza accanto dove con velocità stupefacente dettò a uno stenografo una dozzina di lettere e vari ordini di servizio; che il segretario si affrettò a battere a macchina. Dopodiché tornò da Gancillo: «Eh, caro mio, senza un minimo d’organizzazione sarebbe un affare serio, con tutta la posta che arriva. Se adesso vieni di là, ti faccio vedere il mio nuovo schedario elettronico, a schede perforate». Insomma fu molto gentile.

                Di schede perforate non aveva certo bisogno Gancillo che se ne tornò alla sua casetta piuttosto mogio. E pensava: «possibile che nessuno abbia bisogno di me? E sì che potrei rendermi utile. Se per esempio facessiun piccolo miracolo per attirare l’attenzione?». Detto fatto, gli venne in mente di far muovere gli occhi al suo ritratto, nella chiesa del paese. Dinanzi all’altare di san Gancillo non c’era mai nessuno, ma per caso si trovò a passare Memo Tancia, lo scemo del paese, il quale vide il ritratto che roteava gli occhi e si mise a gridare al miracolo. Contemporaneamente, con la fulminea velocità loro consentita dalla posizione sociale, due tre santi si presentarono a Gancillo e con molta bonarietà gli fecero intendere ch’era meglio lui smettesse: non che ci fosse niente di male, ma quei tipi di miracoli, per una certa loro frivolezza, non erano molto graditi in alto loco. Lo dicevano senza ombra di malizia, ma è possibile gli facesse specie quell’ultimo venuto il quale eseguiva lì per lì, con somma disinvoltura, miracoli che a loro invece costavano una fatica maledetta. San Gancillo naturalmente smise e giù al paese la gente accorsa alle grida dello scemo esaminò a lungo il ritratto senza rilevarvi nulla di anormale. Per cui se ne andarono delusi e poco mancò che Memo Tancia si prendesse un sacco di legnate.

 

Allora Gancillo pensò di richiamare su di sé l’attenzione degli uomini con un miracolo più piccolo e poetico. E fece sbocciare una bellissima rosa dalla pietra della sua vecchia tomba ch’era stata riattata per la beatificazione ma adesso era di nuovo in completo abbandono. Ma era destino che egli non riuscisse a farsi capire. Il cappellano del cimitero, avendo visto, si affrettò dal becchino e lo sollevò di peso. «Almeno alla tomba di san Gancillo potresti badarci, no? È una vergogna, pelandrone che non sei altro. Ci son passato adesso e l’ho vista tutta piena di erbacce». E il becchino si affrettò a strappare via la pianticella di rosa.

Per tenersi sul sicuro, Gancillo quindi ricorse al più tradizionale dei miracoli. E al primo cieco che passò davanti al suo altare, gli ridonò senz’altro la vista. Neppure questa volta gli andò bene. Perché a nessuno venne il sospetto che il prodigio fosse opera di Gancillo, ma tutti lo attribuirono a san Marcolino che aveva l’altare proprio accanto. Tale fu anzi l’entusiasmo, che presero in spalla la statua di Marcolino, la quale pesava un paio di quintali, e la portarono in processione per le strade del paese al suono delle campane. E l’altare di san Gancillo rimase più che mai dimenticato e deserto. Gancillo a questo punto si disse: meglio rassegnarsi, si vede proprio che nessuno vuole ricordarsi di me. E si sedette sul balcone a rimirare l’oceano, che era in fondo un grande sollievo.

 

Era lì che contemplava le onde, quando si  udì battere alla porta.Toc toc. Andò ad aprire. Era nientemeno che Marcolino in persona il quale voleva giustificarsi. Marcolino era un magnifico pezzo d’uomo, esuberante e pieno di allegria: «Che vuoi farci, caro il mio Gancillo? lo proprio non ne ho colpa. Sono venuto, sai, perché non vorrei alle volte tu pensassi…».

«Ma ti pare?» fece Gancillo, molto consolato da quella visita, ridendo anche lui.

«Vedi?» disse ancora Marcolino. «lo sono un tipaccio, eppure mi assediano dalla mattina alla sera. Tu sei molto più santo di me, eppure tutti ti trascurano. Bisogna aver pazienza, fratello mio, con questo mondaccio cane» e dava a Gancillo delle affettuose manate sulla schiena.

«Ma perché non entri? Fra poco è buio e comincia a rinfrescare, potremmo accendere il fuoco e tu fermarti a cena».

«Con piacere, proprio col massimo piacere» rispose Marcolino.

Entrarono, tagliarono un po’ di legna e accesero il fuoco, con una certa fatica veramente, perché la legna era ancora umida. Ma soffia soffia, alla fine si alzò una bella fiammata.

Allora sopra il fuoco Gancillo mise la pentola piena d’acqua per la zuppa e, in attesa che bollisse, entrambi sedettero sulla panca scaldandosi le ginocchia e chiacchierando amabilmente. Dal camino cominciò a uscire una sottile colonna di fumo, e anche quel fumo era Dio.

 

Buzzati per tirarci suultima modifica: 2011-01-28T01:16:00+01:00da osteriavolante
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6 pensieri su “Buzzati per tirarci su

  1. Come primo incontro ci si è focalizzati più sulla storia della Chiesa in Cina. C’era anche una rappresentante della Laogai foundation italia e credo che replicheremo al più presto in un centro congressi con tuttti e due i relatori. Ti farò sapere; buona domenica!

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