09/02/2010

Eluana un anno dopo

Gli scienziati resuscitano Eluana

 

Chi è passato stamattina avrà notato che avevo già caricato un post ma poi, controllando la posta elettronica, l’avventrice Mia – la ringrazio di cuore – mi ha ricordato che proprio oggi è l’anniversario della morte di Eluana. Così ho messo da parte il post pubblicato e ho deciso di lasciare spazio a questo articolo del Corriere che meglio di ogni altro incoraggia il nostro impegno per la vita, per la scienza, per la dignità della persona umana. E di fatto onora la memoria di Eluana che - è bene ricordarlo - molti sedicenti scienziati, in contrasto con le recenti scoperte riportate nell'articolo che segue, definivano con ottusa nochalance "morta da 17 anni". Buona lettura. 

 

 

 

 

 

 

Tracce di pensiero nello stato vegetativo

Una ricerca mostra la presenza di una minima attività cerebrale in persone entrate in coma dopo un trauma

MILANO - Per cinque anni, dopo un incidente d’auto, è rimasto privo di coscienza in un letto di ospedale a Liegi, in Belgio. Stato vegetativo permanente, secondo la diagnosi. Adesso, grazie a nuovi e sofisticati test, il suo cervello ha rivelato tracce di attività in risposta alle domande dei medici. Minime, ma che faranno discutere sul piano etico e già indicano la strada per una revisione dei criteri di classificazione del coma. Il paziente belga non è il solo che ha cominciato a comunicare con l’esterno, dopo avere passato anni in una condizione che «rappresenta una possibile evoluzione del coma ed è caratterizzata dalla ripresa della veglia, senza contenuto di coscienza e consapevolezza di sé e dell’ambiente circostante» (questa è la definizione di stato vegetativo che viene attualmente accettata ed è quella in cui si trovava Eluana Englaro).

IL CASO BELGA - Complessivamente sono stati studiati 54 pazienti e cinque di questi, come il ventinovenne belga, hanno mostrato la capacità di modulare l’attività cerebrale. I risultati della ricerca, condotti da un gruppo misto di esperti inglesi di Cambridge e belgi di Liegi, sono così interessanti che la loro pubblicazione è appena avvenuta sull’edizione online del New England Journal of Medicine e sono accessibili gratuitamente sul sito (cosa non abituale perché di solito l’accesso è a pagamento). I ricercatori hanno utilizzato, per studiare i pazienti, un sistema, messo a punto da Adrian M. Owen, neuroscienziato al Medical Reserach Council di Cambridge, che si avvale di un esame chiamato risonanza magnetica capace di visualizzare l’attività del cervello e hanno posto una serie di semplici domande ai pazienti del tipo «Hai un fratello?», «Sei mai stato a New York?», controllando se le risposte erano corrette secondo schemi piuttosto sofisticati.

AREE DEL CERVELLO - In particolare hanno chiesto al ragazzo belga di pensare di giocare a tennis o di stare in casa e hanno così visto che si «accendevano», rispettivamente, la corteccia motoria (quella appunto legata ai movimenti) e quella spaziale (che colloca una persona nello spazio). Non solo, ma hanno anche visto che il paziente poteva «scegliere» quale area accendere, mostrando quindi un pensiero cosciente. I ricercatori hanno evidenziato questi segnali di coscienza solo in pazienti giovani, che avevano subito un trauma cerebrale, spesso conseguente a incidenti e non in quelli, come l’americana Terry Schiavo, che invece erano andati in coma per una mancanza di ossigeno nel cervello conseguente ad arresto cardiaco.

Adriana Bazzi (Corriere.it)

 

05/02/2010

La notte

Il manto della notte

 

Appena passata la mezzanotte, anche le trattorie si preparano per andare a dormire. Il cameriere paffutello dalla fronte ampia scuote le tovaglie e, a dispetto delle sue mani tozze, le piega lembo su lembo con la precisione della miglior massaia. Ogni tanto una posata tintinna a terra e allora fa un respiro profondo, come a richiamare s sé tutte le poche forze rimaste, si inchina, e con la voce strozzata per via dello sforzo maledice la sua distrazione. E' stanco e non vede l'ora di tornare a casa. 

 

Più giù, sulla via che si snoda per molti metri lungo bei palazzi anni’30, alcune finestre sono ancora illuminate. Una luce gialla, calda, resa soffusa dal soffice spessore della tenda. Quale vita scorrerà dietro le imposte? Forse in quel quinto piano c’è un avvocato che lima l’atto da depositare domani o forse no, è l'appartamento di un semplice impiegato che legge un libro per evadere dalla frustrazione della giornata. E al terzo piano di quell’altro palazzo? Forse è la camera dei ragazzi in cui una mamma tiene per mano il figlio febbricitante, con la tazza ancora fumante di camomilla sul comodino e il fratellino al piano superiore del letto a castello che russa sereno da tempo. Al primo piano invece le persiane sono chiuse, serrate, e i fiori rinsecchiti sul balcone fanno pensare che dietro quelle finestre non ci sia nessuno, soltanto qualche orologio che continua a battere con ostinata precisione il tempo di una vita che però, lì, non scorre più da un po’. Forse vi abitava una coppia d’anziani, scomparsi da poco.

 

Più in là, ma dalla parte opposta della strada, un giallo tenue illumina con discrezione due sposi che si rinnovano teneramente la loro promessa d’amore, mentre invece al piano di sopra la luce policroma e intermittente tradisce degli studenti che si sparano un film appena scaricato o si sfidano alla Playstation per non pensare all’esame di domani. Tutte le altre finestre sono buie. Ma non tutti dormono. C’è chi nel buio piange, chi rimugina nostalgici ricordi, chi invece si accorge di una vita che non sente sua, chi ancora per tutta la notte confida le proprie pene alle lunghe ombre che danzano alternandosi sul soffitto. Su tutti la notte si stende come un manto, come la coperta rimboccata da una madre affettuosa. Concedendo riposo a chi soffre, cullando nella serenità chi gioisce. 

L'oste

03/02/2010

Mc Italy

ll ministro Zaia come Alberto Sordi

 

 

Il “The Guardian” ha bacchettato Zaia e la sua grottesca trovata del “McItaly”, il nuovo panino di McDonalds’ con ingredienti esclusivamente italiani  e con tanto di stemma governativo. Lo scopo della trovata sarebbe, a detta del ministro, convincere «le persone ad abbandonare il cibo spazzatura in favore di un'alimentazione più sana». Per fortuna! Come possa ritenersi sano un panino di McDonalds’ (che è e rimane un concentrato di grassi e olio pluri-fritto) è un vero mistero. Ciò che sfugge al ministro è che il problema dei fast food non è tanto negli ingredienti (alla fine in molti ristoranti si mangia anche peggio) ma nell’essere “fast” appunto e cioè strutturati, sia dalla parte del produttore che dal versante dell’avventore, come una catena di montaggio: è il pranzare “senza amore e senza fede, da cui ci metteva in guardia uno splendido sonetto di Aldo Fabrizi (QUI).

 

Qualche tempo fa un Mc Donalds’ pugliese, nonostante i primi tempi fosse frequentatissimo, dovette chiudere per la concorrenza di una piccola bottega specializzata nella buonissima focaccia di Altamura. Pur pagando un po’ di più, gli studenti non hanno esitato a lasciare al Mac i suoi cheeseburger, preferendo di gran lunga una ricetta tipica del proprio territorio, adattata alle nuove esigenze. Nessuno pensa – ahimè – che si possa tornare al pranzo con la tovaglia a quadrettoni ma certo sponsorizzare a livello governativo uno stile gastronomico così lontano dalla nostra cultura (e tra l’altro principale responsabile dell’obesità giovanile) ha ragione il “Guardian”: è un «tradimento nazionale». Faremo la fine de "l'americano a Roma" di Alberto Sordi: paradossale esterofilo  che tuttavia,  dopo aver provato la dieta dei cow boy, non esita a tornare sull'umile ma certamente più saporito maccherone.

L’oste

01/02/2010

Inverno a Roma

D'inverno/1 

La foto l’ho scattata in una bella Villa di Roma, domenica pomeriggio. Oltre al forte contrasto tra la malinconica tonalità circostante (un grigio così è davvero raro a Roma) e il rosso accesissimo del cappello del bimbo, ciò che mi ha più colpito è il riflesso del cipresso sulla sinistra della bolla (la qualità della foto si è compromessa quando l'ho rimpicciolita ma l'albero si vede ancora): nella realtà orgogliosamente svettante e alto, dritto, mentre al soffiare del bambino si fa curvo come un vecchietto, si flette fino quasi ad accartocciarsi su se stesso, e anche dopo aver spiccato il volo saponato continua a mutare la sua forma col mutare della luce e dei suoi enigmatici riflessi.

 

E’ buffo come la luce possa fare scherzi simili, come possa rendere persino grottesco un corpo che nella realtà ci appare così maestoso, inflessibile. Se con l’età adulta non avessimo smesso di lanciare bolle di sapone sapremmo ancora che la Luce è un'allegra compagna di giochi, non un impettito limite alla creatività; sapremmo che si può ridere per le grottesche forme assunte dai nostri volti sulle superfici convesse, proprio perché esiste una realtà oggettiva cui paragonarle;sapremmo che invertire mondo reale e mondo specchiato significa negare le fondamenta del comico, oltre che la chiave per leggere la realà.

 

 

DATI TECNICI

Canon Eos 400

ISO 100

Distanza focale 250mm

Apertura diaframma f 8

Tempo esposizione 1/250

 

27/01/2010

La Giornata della memoria

Per dimenticare meglio, bambino mio

 

 

Noi pacifisti moderni non abbiamo nulla a che fare con i nazisti, che furono degli assassini, dei maledetti, l’incarnazione del male assoluto. L’eugenetica di quei fomentati teutonici ci repelle. Però…beh… il diritto di eliminare l’embrione non venuto come volevamo (QUI), perché negarlo? Perché negare la possibilità di avere un figlio perfettamente conforme alle aspettative dei genitori? L’eutanasia nazionalsocialista nuda e cruda è orribile. Però… il “diritto a decidere quando e come morire” è sacrosanto e le case che offrono il suicidio assistito (QUI) sono in fondo un’opera di civiltà; la pianificazione familiare? Lungi da noi! Certo però che una “razionalizzazione nella produzione umana” (QUI) sarebbe doverosa per l'ambiente e per il welfare.

 

Niente male per chi aveva promesso di “non dimenticare”. Buona Giornata dell’Amnesia collettiva.

L’oste

25/01/2010

La lingua dei collettivi dell'onda

L’esperanto dei collettivi

 

 

I rivoluzionari dei collettivi dell’Onda hanno trovato una nuova fissa, stavolta ce l'hanno contro il maschilismo della lingua nostrana. «Non è possibile che nel terzo millennio usiamo parole maschili per ricomprendere anche termini femminili!» avevano gridato tempo fa col megafono, e non si sono fatti attendere. Oggi campeggiava questo cartello: 

 

«Domani tutt* alla riunione, tutt* le/gli student* liber* devono alzare la voce!»

(l'asterisco era nell'originale)

 

Ho ammirato con profondo interesse questo verso di novella lingua moderna. Ma non ho ancora capito se si tratta di una sperimentazione linguistica d'avanguardia o piuttosto un ben più modesto esperanto dei poveri, a metà tra il provenzale trobadorico e il barese di Cassano. 

L’oste

 

21/01/2010

Montini, i cattolici democratici e la Bonino

Un documento memorabile. Firmato Montini

 

 

Non ringrazierò mai abbastanza Akathistos per avermi passato il piccantissimo documento che propongo oggi ai vostri palati. Si tratta di una lettera dell’allora arcivescovo di Milano Card. Montini (che pochi anni più tardi diverrà Paolo VI) indirizzata alle ACLI: una missiva struggente per l’accoramento con cui mette in guardia i suoi figli spirituali dall’inganno del socialismo e dal rischio di un cattolicesimo che cerca nella politica la risposta ad un vuoto di senso che invece è spirituale. Data, 1960. Sì è vero, è passato molto tempo da allora ma le sue parole sembrano scritte oggi, indirizzate a quei cattolici che si professano suoi eredi ma che hanno dato il via alla candidatura (e con buona probabilità alla vittoria) della Bonino alla Regione Lazio. Vi lascio qui sotto un assaggio, potete leggere la versione integrale cliccando su “continua” in fondo al post. Se conoscete qualcuno che milita in quelle fila - io ho molti amici essendoci cresciuto - girategli questo documento. Perché Veltroni, Bersani, Franceschini passi ma arrivare a sostenere Emma Bonino non si può proprio.

 

 

Devo anche confidarvi che da qualche tempo sono in apprensione per l’indirizzo che Voi date alle nostre ACLI, e proprio in ordine alla fedeltà al Papa e alla Chiesa. (…) La politica (…) ha ormai una prevalenza nella vostra stampa, e quasi sempre in forma polemica non già verso gli avversari del nome cristiano, ma verso persone e gruppi e giornali del campo nostro. Mi pare che la vostra adesione alle linee direttive della Chiesa, anche da me più volte a voi ricordate, circa la famosa apertura verso il socialismo non abbia quella chiarezza e quella franchezza, che si vorrebbe avere da buoni cattolici militanti. Voi accentuate continuamente il [sic] dissensi (...) e suscitate simpatie e speranza per un socialismo, che tuttora si mostra così avverso alla religione, alla Chiesa (...) Non vedete come i nostri avversari – dico avversari nel nome di Dio, di Cristo, della Chiesa, della vita cattolica -godono delle vostre dichiarazioni? Non vedete che il vostro comportamento e il vostro modo di giudicare profitta alla causa altrui – e quale causa ! -, e danneggia la nostra? Credete di rendervi autonomi pensando come pensano e scrivono gli “altri”, e discostandovi dal modo di pensare e di scrivere, che dovrebbe derivare dal senso cristiano e dalla fedeltà alla Chiesa?

Gian Battista Montini

Continua...

19/01/2010

rivoluzione istituzionale - il tribunale di salerno straccia la legge 40

Il tribunale di Salerno blocca le lauree in giurisprudenza 

 

 

«No, mi dispiace lei non si può laureare: le manca un esame»

«Come sarebbe a dire? Li ho fatti tutti: ecco qui!» e mentre tentava di discolparsi esibiva nervosamente i cedolini spiegazzati ma ancora perfettamente leggibili.

«Questo non è più valido» fece il tipo grassoccio della Segreteria, indicando il cedolino che recava la scritta “Diritto Pubblico”.

«E perché questa assurdità?»

«Il Consiglio di Facoltà ha deciso di invalidare tutti gli esami di Diritto Pubblico e Costituzionale perché non rispecchiano più la realtà. Lei ha studiato che l’Italia appartiene ai sistemi giuridici di civil law, in cui cioè è il Parlamento a fare le leggi. Beh ormai non è più così» 

«Non la seguo»

 

«Dagli anni ’70 la magistratura ha assorbito sempre di più il potere legislativo fino a sostituirsi quasi completamente al Parlamento. La legge sull’aborto fu successiva ad una sentenza della Corte Costituzionale che per la prima volta intervenì sul tema; l’eutanasia è stata introdotta dalla Corte d’Appello di Milano; il Consiglio Superiore della Magistraura, che dovrebbe limitarsi a decidere promozioni e trasferimenti di giudici, si arroga ormai spesso il diritto di giudicare della Costituzionalità delle leggi (Qui);  tempo fa la Corte Costituzionale (Qui) ha dichiarato illegittimo l’art.14 commi 2 e 3 della legge 40, ignorando i risultati della Relazione del Ministero (Qui) ; Dulcis in fundo ecco qui cosa ha deciso il tribunale di Salerno, contravvenendo consapevolmente alla legge 40, votata a maggioranza dal Parlamento e difesa dal 74% degli elettori. Vado avanti?»

 

«Ma l'art.1 della Costituzione non dice che la sovranità spetta al popolo?»

«Sì ma non sia un bigotto kelseniano positivista, un fanatico del principio di legalità! Lei deve pensare che esiste un "diritto vivente", come dice la sentenza di Salerno, mica penserà di ostacolare il Progresso con stupidi sofismi e formalismi!»

«Quindi per laurearmi dovrò seguire un nuovo corso annuale e risostenere l’esame? »

«Sì. A meno che, ovviamente, il quadro istituzionale non decida di mutare un altro po’. Le vie del Progresso sono infinite» 

 

L'oste 

 

18/01/2010

Consumatores - nuove classi sociali per nuove civiltà

Consumatores

 

 

Il tipo di classi sociali è un preziosssimo indizio per capire in che modo una civiltà concepisca l’Uomo, in sé e in rapporto alla società. Si può dire che quando sorge una nuova forma di distinzione in classi, allora è nata una nuova civiltà. Così fu con l’avvento del cristianesimo, che alla pagana classificazione schiavi-liberi-aristocratici sostituì quella tra laboratores-bellatores-oratores (lavoratori-guerrieri-chierici). E nell’Occidente di oggi? Beh, dovremmo essere contenti, formalmente non ci sono caste, siamo tutti uguali, tutti “Consumatores”. La nostra esistenza è nel consumare. Tutto (dalla struttura economica alle leggi) è orientato a questo. Persino i più umili censimenti (tipo quante persone sono rimaste in città durante le vacanze) si fanno misurando il "consumato": per verificare, ad esempio, l'ammontare della popolazione cittadina in un determinato momento si usa ormai misurare le tonnellate di rifiuti prodotti.

 

Quella dei “consumatores” è una classe che attraversa senza eccezioni ogni strato della società, nessuno può esimersi: è consumatore il lavoratore ma anche il datore di lavoro, l’operaio ma anche il produttore, il povero ma anche il ricco. In questo, paradosso dei paradossi, abbiamo applicato le spinte all'uguaglianza meglio del socialismo reale. Ognuno in base alle proprie possibilità purché si consumi, purchè tutti consumino e consumino in abbondanza. Merci, tempo, affetti, amicizie, matrimoni, vestiti, sogni, tutto. Fin quando, aprendo le polverose pagine di un vecchio libro, ci domanderemo se siamo poi così diversi da quell’animaletto argentato che vive per mangiucchiare carta, fare buchi e depositare escrementi.

L’oste

15/01/2010

I "Presi per Caso" - una buona band emergente

I "Presi per caso"

 

«Siamo una compagnia di detenuti, ex-detenuti e non-detenuti. In ogni caso, al momento, ci sentiamo tutti liberi. Facciamo teatro e suoniamo rock. Raccontiamo storie che parlano di carcere. E lo facciamo col sorriso. Perché, spesso, ridendo si riflette meglio. (…) Crediamo che solo il libero esercizio della creatività possa realmente comunicare la verità, parlare chiaro a chi vuole ascoltare e, quindi, dialogare davvero»

 

E’ così che si presentano sul loro sito Internet i “Presi per caso”, una talentuosa band emergente che con ironia e forza musicale sta conquistando un crescente successo a suon di creatività, che tra l’altro non si ferma alle note ma si estende al teatro. I "Presi per caso" sono frizzanti e carichi di speranza, certo preziosi in un temposfiduciato in cui “chi sta fuori” non sa più perché campa e “chi sta dentro” lo fa in condizioni spesso inumane. Con la loro ironia e il loro talento sanno andare oltre i comuni manicheismi (chi sta con i ladri, chi con le guardie), stuzzicando sia gli amici detenuti rassegnati sia quelle guardie eccessivamente zelanti che a volte confondono polizia e Western: il lavoro artistico della band è un monito ad entrambe le categorie, ricorda sulle onde del rock che è nella fragilità che l'Uomo trova profondamente se stesso e per questo va aiutato, sostenuto. Come antipasto eccovi tre brani, ma se ne volete ascoltare altri o leggere i loro testi basta cliccare QUI.

 

L’oste

 

LA MACCHINA DEL CAPO

 

IL TEMPO DELLA PRIGIONE

 

CRISTO GOSPEL

12/01/2010

La scommessa

La scommessa

 

 

In molti pensano che la fede sia una sorta di scommessa alla cieca, un tuffo nell’incredibile, nell’irrazionale, nell’affidamento credulone e passivo. Pensano soprattutto che il problema religioso – “chi ha creato e che senso ha la vita?” “che c’è dopo la morte?” – sia una questione evitabile: basta dire “non credo a nulla” e non sono tenuto ad entrare nel gioco. In realtà la scommessa sull’esistenza è ineludibile: la morte non è altro il momento decisivo in cui precisare la nostra puntata, il momento in cui ciascuno di noi è chiamato a dire una volta per tutte e per sempre “scommetto in questo”. Dopo di che il croupier ti toglie i soldi (la vita fuori di metafora) e si vede chi ha vinto. Non si può non scommettere, perché non si può non morire. Anche chi punta sul nulla punta su qualcosa, è impossibile esimersi.

 

Posto questo, il cristiano è altro non è che uno scommettitore scaltro che si prepara per tempo al "les jeux sont faits" finale: inizia a farsi una cultura in materia, va alle gare, legge, si confronta, cerca qualche bookmaker di fiducia e d'esperienza. Comincia ad affinare l’occhio e a fidarsi della sua competenza più che delle quotazioni ufficiali, a scommettere anche là dove i numeri lo danno per spacciato: carità, dignità umana, rispetto per la Vita dalla sua alba al suo naturale tramonto, attesa dell’incontro con il Creatore e così via. L’uomo mediocre rimanderà invece la questione, penserà di godersi una vita che in realtà conosce assai poco oltre la sua scorza (solo lo scommettitore ha interesse a conoscerla fino in fondo, per non prendere fregature) e, quando arriverà il croupier, darà si e no un’occhiata distratta alla schedina, magari di quelle precompilate. O, per non fare nemmeno questa fatica, affidarà la questone a "er Pomata" di turno.

L’oste

10/01/2010

Cinquant'anni di "Tutto il calcio minuto per minuto"

Cinquant’anni di novanta minuti 

 

 «Tutto il calcio minuto per minuto, la più meritoria di tutte le trasmissioni, che Dio ce la conservi»

(Indro Montanelli su “La Voce”, 20/11/1994) 

 

Anche nel 1960, cinquant’anni fa esatti, il 10 gennaio era domenica e verso le quattro del pomeriggio debuttava ufficialmente la trasmissione radiofonica più longeva, più popolare, più amata di sempre: “Tutto il Calcio minuto per minuto”. Anche cinquant’anni fa – strano gioco del destino – si scontravano Milan-Juve, campo affidato alla voce di Nicolò Carosio. A casa mia, quando con noi c’era ancora nonno Miro,  “Tutto il Calcio” era un rito. Alle tre in punto accendeva la radiolina; sapeva che mi piaceva stare lì con lui e mi aspettava, sorrideva quando mi sedevo a terra e lo fissavo mentre ascoltava i versi (perché era vera poesia) di Ciotti e compagnia. Parlavamo poco, solo se avevo dei dubbi sulle regole (come il fuorigioco), che prontamente mi chiariva. 

 

Dopo il fischio finale controllavamo se con la schedina che avevamo giocato insieme – la compravamo il giovedì quando mi veniva a prendere al Catechismo – avessimo fatto tredici: non lo centrammo mai ma dava sempre la colpa a quelli che, “per non farci vincere” diceva lui, avevano deciso di inserire in schedina anche assurde gare di serie C2. Lo diceva per non farmi dispiacere, io lo sapevo ma stavo al gioco perché mi piaceva quel gesto di accortezza nei miei confronti. Negli anni “Tutto il calcio” è rimasto un rito, celebrato prima con i miei compagni durante le gite scolastiche o i ritiri parrocchiali, poi più tardi a villa Borghese con gli amici,  mentre si palleggiava con il pallone e ci si sfotteva secondo le alterne fortune dei match. Auguri, “Tutto il calcio”! Non potevi festeggiare in modo migliore, sui campi di serie A per raccontare le ennesime prodezze di nuovi campioni. Con quello stile, quell’eleganza che i cronisti di SKY  non riescono nemmeno a sognare.

L’oste

06/01/2010

Domenica Aperto. Una sagace trovata

Domenica Aperto. L'altare

 

 

 

Un sagace prete di Avezzano, stanco di  assistere alla transumanza domenicale delle sue pecorelle verso i centri commerciali, ha avuto un colpo di genio, una trovata che per ironia e prontezza ricorda il miglior Don Camillo di Guareschi: dal portone della Chiesa campeggia infatti un grande striscione con una semplice scritta a tutto campo, “Domenica Aperto”. Oltre al sorriso divertito e intenerito di molti, l’idea sembra aver provocato una certa risposta visto che diversi parrocchiani, colpiti al cuore dal loro ironico pastore, hanno ripreso a frequentare la Messa lasciando ad altri orari la tosatura negli ipermercati. A don Vincenzo i complimenti di tutta l’Osteria Volante. Grazie a Koiro per l'ottima segnalazione.

L’oste

 

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02/01/2010

C'era una volta la Domenica

C’era una volta la Domenica

 

 

«Una civiltà non crolla come un edificio, ma si vuota a poco a poco della sua sostanza finché non ne resta più che la scorza.» (Georges Bernanos)

 

 

Quando aprì il primo Blockbuster vicino casa, davo della bigotta a mia madre perché di Domenica non voleva entrarci: «Pensa a quei poveretti che ci lavorano, più gente ci va e più anche altri esercizi saranno incentivati ad aprire. E poi si sente che è festa proprio perché i negozi sono chiusi». Appena tredici anni dopo sono qui a prendere atto che la sua profezia era persino fin troppo ottimista. I Centri Commerciali si sono in pochissimi anni moltiplicati (a Roma ne hanno aperti a decine, tra cui quello di Porta di Roma che è il più grande d’Europa) e ovviamente la Domenica fanno orario pieno (10-22). Ma non solo. Il calcio, tipico appuntamento domenicale, è stato profanato spappolandosi sull’intera settimana e persino la TV ha tristemente ferializzato il palinsesto festivo (ora infatti L’Eredità, Affari Tuoi, La Stangata e Striscia la Notizia vanno in onda anche la Domenica al posto degli storici megacontenitori di una volta).  

 

Non è per puro tradizionalismo che rimango perplesso ma per un tempo sociale che si fa sempre più uguale, monotono, che non conosce il ritmo di festa e lavoro. Mi turbano queste macchine che per mesi seguono gli stessi orari (i centri commerciali) e sfornano gli stessi programmi (la TV), senza un minimo sussulto di novità che annunci il tempo di festa. Mi turba il pensiero che, tra qualche anno, a divenire incomprensibile sarà persino la laicissima poesia leopardiana “La sera del dì di festa”, insignificante per chi vive la propria vita nell’indifferente ripetitività di attimi sempre uguali. Contro questa abiura al buonumore non rimane che la testimonianza: salvaguardare la festa da abitudini feriali o apparecchiare con le stoviglie buone non sarà più un passivo ossequio alla tradizione ma una vera opera di misericordia al nostro bel mondo. Progredito ma sempre meno festoso.

L’oste

 

29/12/2009

Roth- La leggenda del santo bevitore

La leggenda del santo bevitore

 

 

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Il canovaccio di questo breve racconto (appena 60 pagine) del celebre Roth è semplice: Andreas, clochard, incontra lungo la Senna un uomo benestante, appena convertitosi al cristianesimo, pronto a donargli 200 franchi purché Andreas, senza scadenza di tempo, li renda sotto forma di offerta a Santa Teresa del Gesù Bambino; da qui inizia la breve ma intensissima odissea del clochard, una serie di circostanze fortuite che ora sembrano aiutarlo ad adempiere il voto (trova “causalmente” un lavoro ben retribuito, incontra un suo amico famoso e agiato ecc) ora a disattenderlo (l’alcol, l’incontro con varie donne ecc) in un combattimento senza posa.

 

 Temevo di imbattermi nella classica storiella anni ’20-'30 sull’indolenza, sulla noia del vivere, sulla disperazione affogata nell’arsenico. Un quadro alla Degas insomma. E invece no, mi ha sorpreso, perché tra le pagine traspare un autore sincero, a nudo, per nulla compiaciuto delle debolezze che confida e affascinato da ciò che lo possa elevare dalla sua triste ordinarietà. 

Una storia che è metafora delle nostra esistenza, eternamente sospesa tra la spinta di raggiungere la Meta e le tante resistenze che ce lo impediscono, relegandoci ora in un bistrò ora in un postribolo ora sotto i ponti della Senna. Luoghi oscuri dove tuttavia la (presenza e la) benevolenza del misterioso benefattore sembra sapersi fare sempre strada. Cin cin!

L’oste

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