20/11/2009
La città personale
La città personale
«Come esistono le malattie del corpo, così esistono malattie dello spirito. Ma se i malesseri del corpo possono avvenire senza colpa, ciò non è possibile con quelli dello spirito: tutti i suoi disturbi e i suoi disordini nascono infatti dal disprezzo per la ragione (aspernatio rationis) »
(Cicerone, Tusculanae Disputaniones, Libro IV par.13-14)
In un blog (che pure non frequento) sono stato elegantemente etichettato “militante integralista” per il mio post sulla differenza tra simbolo e logo. Quale sia la vera critica al post, al di là della ridicola accusa di vago antimodernismo, devo ancora devo capirlo. E credo che mai lo capirò perché dall’insulto si evince chiaramente che motore della critica non era affatto la curiosità – che avrebbe portato a domandarsi quale complesso percorso interiore mi abbia portato ad una certa riflessione – ma la voglia di far esplodere la propria egofania: chi la pensa come me è moderno, chi no è integralista. E' questa la pura "aspernatio rationis", lo stato di autismo intellettuale in cui non si giudica il ragionamento altrui per ciò che dice ma per il partito a cui apparterebbe, non secondo un criterio razionale di Verità ma in base a quanto è conforme alle proprie categorie mentali.
Quale piacere possa recare una simile caricatura della filosofia, che preferisce un mondo autistico ad una polis comune garantita da verità comuni ed universali, continua a sfuggirmi. Ma tant’è. Mi ricorda un celebre racconto di Buzzati, in cui c’è un uomo che ha una città personale, abitata e governata solo da lui. Una città che di giorno, brulicante com’è di curiosi turisti, provoca l’infinito orgoglio del suo padrone, tronfio per non doverla dividerla con nessun’altro; quando però cala la notte e l’uomo rimane solo con i suoi fantasmi, la spacconeria svanisce. Quasi quasi afferra quanto sia insensato il sogno di un feudo tutto per sé; dove di sicuro non c’è da confrontarsi con altre facce di Verità, dove diventa vero ciò che piace e falso ciò che dispiace, dove si è padroni incontrastati. Ma dove a farci compagnia non rimane che la nostra triste ombra. Siamo sicuri sia un progresso?
L’oste

Se vuoi leggere il racconto di Buzzati clicca su Continua; per scaricarlo in Word, Qui
07:30
Scritto da : osteriavolante
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18/11/2009
L'inferno esiste. E' il panino di fretta
L’Inferno esiste. E' il panino di fretta
Per molti anni sono rimasto perplesso di fronte al mistero dell’Inferno: «All’Inferno ci va solo chi ci vuole andare» mi hanno ripetuto mille volte per tranquillizzarmi, eppure questa storia che uno desidera andare in un posto dove pure nessuno vorrebbe non mi ha mai convinto del tutto. Ma ieri all’ora di pranzo è diventato tutto chiaro. Dopo una mattinata estenuante iniziata prestissimo, alle 14:30 mi trovo su viale Regina Elena con un'umile rosetta in mano (il mio pranzo), correndo come un disperato per acciuffare il tram che sta arrivando e non mancare così tutti i fitti appuntamenti del pomeriggio. Ovviamente scatta il semaforo verde proprio quando sto per entrare e lo perdo. Ho metà rosetta di traverso, il fiatone, un’aura nera che mi avvolge segno che i pochi zuccheri ancora in circolo hanno esalato l’ultimo respiro e un nervosismo da TSO. Mi giro qua e là e mi accorgo (la scena l’ho vista mille volte ma oggi me ne sono accorto intimamente) che non sono affatto l’unico.
All’altro incrocio c’è un tir che sgasa proprio davanti ad un poveraccio che in quel momento stava per addentare il suo panino, una signora rischia la vita per attraversare le strisce col rosso sperando di salire sul 310 ma non ce la fa, due avvocati accanto a me si lamentano che non hanno ancora mangiato e visto che non hanno tempo per farlo andranno avanti con un Pocket Coffee fino alle 20. Ecco come succede che alla fine si possa vivere una vita che non si desidera vivere e che pure si finisce in fondo a volerla lo stesso: ci si è talmente allontanati dal vivere sano che sarebbe troppo complesso mettere tutto in discussione, perciò spallucce e mandiamo giù. A questo grado di infernale assuefazione ci si arriva pian piano; ci si arriva con tanti piccoli “sì” anche veniali, come il pranzo della domenica consumato un po’ più di fretta del solito oppure la rinuncia progressiva alla buona colazione mattutina. E' così che si va, anzi, si vuole andare all’Inferno. Per questo ho deciso di redimermi in tempo: domani aprirò la dispensa e, con somma contrizione, confesserò alla pasta e al buon sugo rosso il mio peccato contro il buonumore. Con il fermo proposito di non commetterlo più.
L’oste
07:30
Scritto da : osteriavolante
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16/11/2009
L'IPCC di Al Gore dice che farà più freddo
E adesso l’IPCC di Al Gore dice che fa più freddo
Se non l’avessi letto con i miei occhi, non ci avrei creduto. Ebbene sì, Mojib Latif, autorevole membro dell’IPCC – istituto dell’ONU vincitore del Nobel 2007 insieme ad Al Gore – ha ufficialmente affermato che almeno per i prossimi 10 anni il clima tenderà a raffreddarsi portando inverni rigidi e nevosi. La causa è nelle tre grandi oscillazioni di correnti oceaniche ignorate da precedenti studi (e questo almeno dovrebbe dirla lunga sulla serietà di quelle ricerche), talmente forti da mutare già da sole il clima del pianeta: «agendo come un termosifone o un congelatore, il loro ciclo intensifica o frena il flusso delle perturbazioni e quindi alza o abbassa la febbre della Terra». Un'idea simile l'aveva anticipata il progressista "Le Monde", che giorni fa aveva titolato a tutta pagina "Che fine ha fatto il global warming?", interrogandosi sui dati che mostrano un assoluto stazionamento della temperatura da dieci anni a questa parte.
E’ vero, lo scienziato Mojib Latif non rinnega ancora la teoria del “global warming” ma prende atto che i modelli fin qui rielaborati sono inadeguati perché ottenuti con un metodo inattendibile. Sospetto che in molti (pur ogni volta derisi) avevano avanzato e che perlomeno dovrebbe, in un mondo sensato, indurre ad una pausa di riflessione seria, abbandonare l’opera di indottrinamento collettivo (QUI trovate lo spot del governo inglese per terrorizzare i bambini, con la CO2 sotto forma di mostro nero), permettere agli scienziati scettici di essere ascoltati (QUI trovate il video del regista del documentario “not evil just wrong” portato via dai gorilla di Al Gore per aver posto una domanda precisa ma ritenuta sconveniente), incentivare le politiche sulla tutela dell’ambiente senza però retrogusti terroristici da film hollywoodiano stile "Indipendence Day". Altrimenti continueremo a confondere i Nobel con i premi Oscar e la scienza, i fatti con il cinema; sarebbe come consegnare il Nobel per la Pace contro il totalitarismo sovietico non al movimento "Solidarnosc" di Lech Walesa ma a Sylvester Stallone per il suo discorso nel finale di Rocky 4.
L’oste

07:30
Scritto da : osteriavolante
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13/11/2009
L'arte dell'auto sporca
Quando l'auto sporca diventa un'opera d'arte
Il week end è diventato una vera scocciatura. Se “lei” se lo perde nel pulire la casa da ogni grammo di polvere, nel fare la spesa e magari nel preparare qualcosa di buono per il pranzo della domenica, a “lui” non va molto meglio. Si alza la mattina presto, si mette in tuta e via a lavare l’auto. Con il rischio di una multa se lo fa in strada; delle lamentele dei condomini se lo fa nel cortile del palazzo; di beccarsi comunque un raffreddore ovunque lo faccia. Tutto questo poi per nulla, visto che il giorno dopo l’auto sarà più zozza di prima.
A risolvere questo dramma maschile ci ha pensato la creatività di Scott Wade, artista che ha deciso di trasformare l’auto sordida in una vera e propria galleria d’arte: Leonardo, Botticelli, ma anche Pop Art e ritratti “ad hoc”; basta avere un finestrino sporchissimo, pennellini di varia misura per togliere la polvere soperflua, una sconfinata fantasia e il gioco è fatto, il vostro lunotto ospiterà le più belle opere della Storia dell’arte e non solo. Addio vergogna nell’andare ad una cerimonia con l’auto imbiancata; addio sabati sprecati a lavare e domeniche passate a rammaricarsi della pioggia di scirocco che ha sporcato l’auto di nuovo; in più l’orgoglio di sfilare con una doppia opera d’arte al seguito: quella celebre raffigurata e il lunotto firmato Scott Wade. Insomma, “la bellezza salverà il mondo” diceva Dostoevskij: grazie a Scott Wade salverà anche il week end.
L’oste

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10:07
Scritto da : osteriavolante
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11/11/2009
Siamo tutti LOST
Siamo tutti LOST
Avevo iniziato a vederlo più per l’insistenza della locandiera e di altri amici che per mia curiosità. Ma dopo la prima puntata ho capito perché si rimane stregati da “Lost”: è un capolavoro. Una storia inizialmente molto semplice (40 passeggeri del volo Oceanic 815 cadono su un’isola sconosciuta senza che nessuno riesca più a trovarli) che pian piano si intreccia in un crescendo di colpi di scena, emozioni, domande, suggestioni, riflessioni sulla vita, sulla morte, sull’amore, sulla sofferenza, sul bene e sul male. Sull’Uomo in definitiva e sulla sua condizione di naufrago nel mondo, lontano da una patria irragiungibile e che pure non si smette di bramare. Non è un telefilm come altri, è un poema epico simbolo dell'Uomo del XXI secolo: mente di successi tecnologici inimmaginabili, eppure più nudo e più naufrago di secoli fa. I nomi per nulla casuali dei personaggi (John Locke, Danielle Rousseau, Desmond Hume, Kate Austin, James Sawyer, Daniel Faraday, Michail Bakunin e tanti altri) mostrano chiaramente l'intento degli autori.
Siamo lontani anni luce da Robinson Crusoe. Nell'Isola non si dimostra la grandezza dell’uomo illuminista ma si celebra lo spaesamento dell’uomo contemporaneo di fronte alla nudità, al proprio passato (ci si incontra anche fisicamente con parenti morti, oggetti o animali perduti nell’infanzia) al rapporto con "gli altri" (così vengono chiamati i personaggi ostili scoperti nella seconda serie, e che popolano l'isola da molto tempo); un luogo aspro in cui cerca di ritrovare la propria profonda autenticità. Anche i momenti umoristici (come Hurley che improvvisa un campo da golf) sono ben più di un ornamento, creando una speciale empatia tra i personaggi e tra loro e noi. Nessuno di loro ha poi un profilo scontato: il buono può perdersi e aver bisogno di redenzione, il cattivo scoprire il suo lato buono, senza mutare però il proprio temperamento e scadere in uno "smielato" alla Disney (Sawyer non perde il suo sarcasmo nemmeno dopo la sua progressiva “redenzione”). Insomma Lost è un capolavoro perché si fa simbolo di un'età, è forse uno dei pochissimi simboli in cui nel 2009 ciascun uomo può riconoscersi senza sentirsi stretto: cattolico, agnostico, protestante, panteista, determinista, liberal, conservatore, occidentale, straniero, tutti. C’era davvero bisogno di un poema che riscoprisse la dimensione unificante dell’arte; che sapesse ricucire dove l’ideologia moderna ha reciso, diviso e individualizzato. Fino a farci naufragare sull’Isola.
L’oste

PS. Da metà Gennaio andrà finalmente in onda la sesta e ultima stagione.
07:30
Scritto da : osteriavolante
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09/11/2009
L'anomala tristezza del 9 Novembre
L’anomala tristezza del 9 novembre
Vent’anni fa esatti finiva il comunismo e per questo oggi si è tristi. In fondo tutti sono stati rossi. Lo sono stati i comunisti veri, lo sono stati la maggior parte dei cattolici degli anni ’70, lo sono stati inconsapevolmente addirittura anche fascisti e nazisti, che del comunismo furono figli non riconosciuti. Il 9 Novembre è una festa anomala, si vive una tristezza particolare, sembra più un funerale che una festa per la liberazione da un incubo. Anche il 25 Aprile si è tristi ma lo si è pensando al ricordo delle vittime causate dal regime, il 9 Novembre lo si è per la fine del regime. E’ una tristezza nostalgica, come se fosse morte un caro parente. Perché in fondo quel regime che crollò non era poi così cattivo, l’idea iniziale era buona e fu solo applicata male. Questo penseranno molti insegnanti di Storia e Filosofia, di Lettere, persino di Religione, persino preti e vescovi, anche politici oggi riformisti e liberali, uomini di spettacolo e gente comune.
Questa tristezza nostalgica è l'anomalia del 9 Novembre, che in sé racchiude tutte altre piccole e grandi anomalie post-1989 altrimenti incomprensibili: se fossimo davvero pentiti come mai non battiamo ciglio quando dei ragazzi si presentano a scuola e persino in Chiesa con la maglietta rossa con la scritta CCCP? Perché non ci indigniamo nel vedere Chavez (che giorni fa ha abolito la proprietà privata) accolto con ovazioni alla mostra di Venezia? Perché non saltiamo sulla sedia sapendo che un film come Katyn, opera del pluripremiato regista polacco Wajda, è stato distribuito soltanto in una manciata di sale (piene di gente, ma questo l’informazione non lo dice) e per pochi giorni? Non siamo pentiti. Siamo solo rammaricati del fatto che quel muro non ci sia più; non c’è più quell’oltre che ha fatto e fa sognare (o delirare?) generazioni di giovani di ogni tempo. I milioni di morti se ne facciano una ragione, non c’è posto per loro oggi. E non ci sarà mai fin quando non si capirà che il comunismo non è finito e che, sebbene mutato in nuove forme, alberga felicemente ancora nel cuore di molti. Le anomalie di cui sopra ne sono una prova inconfutabile.
L’oste
12:21
Scritto da : osteriavolante
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06/11/2009
La forchetta salverà il mondo
La forchetta salverà il mondo
Oggi, miei cari avventori, voglio pubblicare una storia segnalatami da Luisa in un commento al post di ieri. Per tutta la mattina mi sono arrovellato su come spiegare in termini comprensibili la secolarizzazione e questo bel racconto mi ha tolto le parole di bocca. Il mondo secolarizzato è un mondo chiuso, che ha il terrore dell’oltre e per questo lo nega. Anzi, non solo nega la sua esistenza ma cancella anche tutti i segni che fanno porre il problema. Questa bella storia ci libera dalla prospettiva claustrofobica del mondo chiuso, ricordandoci che questa vita è già gustosissima ma ciò che ci attende dopo è ancora più succulento. Credo sia questo il messaggio che dobbiamo portare al mondo. Il vangelo della forchetta. Buona lettura!
L’oste
La Bibbia e la forchetta
C’era una donna alla quale era stata diagnosticata una malattia incurabile e a cui avevano dato solo tre mesi di vita. Decise allora di “mettere in ordine tutte le sue cose”. Contattò un sacerdote e lo invitò a casa sua per discutere alcuni aspetti delle sue ultime volontà. Gli disse quali canti voleva che si facessero durante il suo funerale, quali letture si dovevano tenere ed il vestito con il quale doveva essere sepolta. Chiese anche di essere seppellita tenendo in mano la sua Bibbia preferita.
Tutto era stato detto e il sacerdote se ne stava già per andare quando la donna si ricordò di qualcosa che per lei era molto importante. - C’è ancora qualcosa - disse eccitata. - Di che si tratta? - domandò il sacerdote. - Questo è molto importante – rispose la donna. – Chiedo di essere sepolta con una forchetta nella mia mano destra -. Il sacerdote rimase impassibile, guardando la donna, senza sapere cosa dire. - La sorprende? – domandò la donna. - Beh, per essere sincero, la cosa mi lascia perplesso – disse il sacerdote. La donna spiegò: - Tutte le volte che ho partecipato a qualche pranzo speciale, ricordo che, dopo aver ritirato i piatti dalle pietanze, qualcuno diceva sempre: Tenete la forchetta. Era ciò che aspettavo perché sapevo che il meglio doveva ancora venire… dolce al cioccolato, marzapane… qualcosa di meraviglioso e di molto nutriente. Desidero che la gente mi veda nella mia bara con la forchetta in mano perché si chieda: Che cosa se ne fa della forchetta? Allora lei dovrà dire: Se ne andò con la forchetta perché per lei il meglio doveva ancora venire -. Gli occhi del sacerdote si riempirono di lacrime mentre abbracciava la donna congedandosi. Sapeva che sarebbe stata l’ ultima volta che la vedeva prima della sua morte. Sapeva tuttavia anche che la donna aveva un’ idea più bella del cielo della sua. Sapeva infatti che qualcosa di meglio stava per venire. Durante il funerale la gente che passava davanti alla bara della defunta vide la Bibbia e la forchetta che teneva nella mano destra. Più volte il sacerdote udì ripetere la domanda: “Ma che fa con la forchetta in mano?” e più volte sorrise. Durante l’omelia il sacerdote riferì ai presenti la conversazione tenuta con la donna poco prima di morire. Parlò loro della forchetta e di che cosa significasse per lei. Era un segno bellissimo del modo con cui la donna intendeva la sua morte. La prossima volta che prendi in mano una forchetta non dimenticarti che il meglio deve ancora venire.

13:48
Scritto da : osteriavolante
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05/11/2009
Il crocifisso è un simbolo, non un logo
Via i simboli, ci restano i loghi
La nostra mentalità commerciale e secolarizzata ha del tutto rimosso la differenza tra “logo” e “simbolo”, generando non pochi fraintendimenti anche su un campo apparentemente lontano come la laicità. La differenza è riassumibile così: il primo serve a dividere in base all’ appartenenza (dice “io sono di questo e non di quest’altro”), il secondo unisce in nome della verità universale che reca in sé. Se questo non si tiene in considerazione, si finisce per confondere il crocifisso con un logo (il logo di una religione chiamata cristianesimo) e trattare la laicità come un problema di concorrenza tra marchi. Ecco Qui un esempio per afferrare la differenza: questa foto è molto più di una semplice icona dell'antinazismo, è un simbolo, un segno portatore di verità tanto grandi (fratellanza tra uomini, amore per l’altro, rispetto per le diversità) da travalicare il contesto storico in cui fu scattata, per parlare a qualunque uomo di qualunque spazio e in qualunque tempo.
Se il logo divide, il simbolo unisce (anche nell’etimologia, dal greco “syn-ballo”= mettere insieme). Per questo il crocifisso non è il logo del Cristianesimo ma un simbolo dell’umanità: non dice “questo spazio è della Chiesa Cattolica” ma “io sono Uomo e racconto la tua storia, mi metto tuo servizio per stimolare la tua interiorità”. Non è lì per dividere in credenti e atei ma per raccontare i tratti profondi che accomunano gli uomini di ogni latitudine: l'esperienza della fragilità, dell'ingiustizia, ma anche l'ansia per ciò che non passa, la forza dell'amore che vince la sofferenza, il coraggio del perdono, la bellezza della Vita. Racconta la voglia matta dell’Uomo per scoprire la sua origine, la voglia matta di capire chi l’abbia messo al mondo e perché. In effetti racconta troppe cose e non si sa mai quali porte del cuore e della mente possa aprire. Meglio toglierlo e sostituirlo con qualcosa di più innocuo. Non sia mai che al bambino, incrociando lo sguardo di quell'uomo appeso, possa sorgere il dubbio (il dubbio, nemmeno la certezza) che la Vita non finisca con la morte.
L’oste

07:30
Scritto da : osteriavolante
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03/11/2009
L'Europa e il Crocifisso
Laicità crocifessa
Se con tutti i problemi che ha la scuola italiana (caro-libri, precariato, scarse risorse) una donna di origine finlandese sceglie come priorità l'eliminazione del crocifisso tanto da spenderci sopra migliaia di euro, significa che la scuola non va poi così male. Ad ogni modo l’ha fatto e la Corte di Strasburgo le ha dato pure ragione: il crocifisso viola “il diritto dei genitori ad educare i figli secondo le loro convinzioni”. Come faccia una statuetta inanimata a violare la libertà personale è un mistero più complicato della Trinità: tranne quello dei film di don Camillo e di “Marcellino pane e vino” non ho infatti mai sentito di un crocifisso parlante, che possa magari fare propaganda dalla parete ad alunni incatenati alla sedia, costretti ad ascoltare i suoi precetti. Ma forse in Finlandia succede, del resto non abita lì pure Babbo Natale? Di cose strane ne vedono tante.
La ciliegina sulla vicenda sono i 5000 euro che l’Italia dovrà pagare per “danni morali”. Wow, allora io ne chiedo 15000 perché i poster di Dan Brown, Augias e Scalfari esposti nelle Biblioteche pubbliche mi creano profondi scompensi interiori e offendono la mia coscienza.
Sono davvero senza parole. Il vecchio prete della mia parrocchia, il mitico padre Eraldo, quando una cosa è assurda esclama “roba da chiodi!” (non chiedetemi perché ma dice proprio così). Ho appena letto la sentenza e guardo il crocifisso che ho in camera: ha il volto mite e abbandonato, le braccia larghe, come a voler accogliere il mondo intero. Un abbraccio che anche volendo non potrà ritirare, perché le sue mani sono trafitte dai chiodi. Eppure c'è chi pensa che i suoi chiodi, il suo abbraccio, il suo volto mite possano offendere chi lo guarda. Assurdo. Anzi, roba da chiodi appunto.
L’oste
17:16
Scritto da : osteriavolante
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02/11/2009
Chi si accontenta gode
I- Secolarizzazione, ossia chi si accontenta gode
A dispetto della retorica roboante, giovanilista, potente con cui si propone (e impone), il motto della secolarizzazione è davvero riassumibile in un ben più modesto “chi si accontenta gode”. Altro che il cristianesimo e l'era classica classica: è il mondo moderno del Secolo ad essere per eccellenza il mondo delle rinunce (anche se i suoi apostoli non lo ammetteranno mai)! Rinunce insensate che in nome del progresso e dell'evoluzione, obbligano l'Uomo ad accontententarsi e a farsi bastare sapori insipidi, incompiuti, impoveriti, tanto nelle grandi questioni filosofiche quanto nelle piccole ma sostanziosissime faccende quotidiane. Vedere per credere.
Nell'era del Secolo si può fare scienza ma si deve rinunciare al trascendente come compagno di viaggio, ci si fa bastare una scienza curiosa a metà e scollegata dagli altri saperi; si può studiare approfonditamente la natura, il diritto, l'uomo ma non si va oltre il “come funziona?”, rinunciando a domandarsi quale sia l'origine del tutto e quale il suo fine; se poi l’uomo classico viveva gaiamente su 3 dimensioni (corpo, anima e spirito), il suo pronipote secolarizzato è regredito al vecchio Nintendo 8 bit, fisso su due (corpo e psiche), quando non direttamente su una (corpo); si possono certo stringere legami affettivi, purché ti basti o una sessualità senza procreazione (contraccettivi, aborto ecc) o una procreazione senza più sessualità (fecondazione in vitro ecc), senza la minima speranza di poter gustare entrambe contemporaneamente. E così via. Insomma, davvero una bella fragatura. In cui molti personaggi illustri del nostro tempo sono però orgogliosi di cadere. Contenti loro...
L’oste

11:23
Scritto da : osteriavolante
in 3- Truffe del progresso | Link permanente | Commenti (5)
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28/10/2009
La truffa del Secolo
La truffa del Secolo
Il papa non si stanca di ammonire contro la “secolarizzazione” ma ho paura che siano ben pochi coloro che conoscono il significato di questa parola. Ed è un vero peccato, perché se la si comprendesse fino in fondo saremmo in grado di affrontare e risolvere i principiali grattacapi del nostro tempo moderno. Per sintetizzare il tutto possiamo dire così: la secolarizzazione è quella truffa culturale (con ricadute poi politiche e sociali) che, in cambio dell'emancipazione dal Padre-Creatore, ha convinto l'Uomo a svendere tutti i tesori di famiglia sostituendoli con delle imitazioni da bigiotteria. “Vedrai che la differenza sarà impercettibile e faranno certamente la stessa luce degli originali”, sussurrò la secolarizzazione all’orecchio della vittima.
L'Uomo si fece frodare e così fu: via la Misericordia sostituita con la filantropia, la Bellezza con la moda, lo stato di figli di Dio con la fratellanza universale sotto il Grande Fratello, il Paradiso con l’utopia, l’Autorevolezza con l’autorità, la Sensibilità Individuale con il relativismo, la Cultura con l’ideologia, la Santità con il perfettismo, la Virtù con il moralismo e così via. Questa è la secolarizzazione: sostituire realtà dell’Eterno con surrogati del tempo, del Secolo appunto. Una truffa che ha lasciato l’Uomo in mutande, abbandonandolo nella peggior crisi esistenziale e sociale che abbia mai conosciuto. Chi cerca spunti per non farsi frodare può seguire i prossimi post: i tempi aggrediscono i nostri risparmi monetari, almeno quelli interiori cerchiamo di difenderli. Servirà fiuto, scaltrezza, occhio: di fronte abbiamo una truffa in grande stile, la truffa del Secolo
L’oste
07:30
Scritto da : osteriavolante
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23/10/2009
I Silent Party
Una nuova tendenza: i "Silent Party"
I “Silent Party” (Festa del Silenzio) non sono un ritrovo festoso di mistici eremiti o monaci solitari ma una nuova tendenza sempre più di moda nella vita notturna. Si tratta di normalissime serate in discoteca dove però si balla al ritmo del silenzio: l’unico rumore che si percepisce esternamente è lo scricchiolare delle scarpe e i leggerissimi sussurri pronunciati per sbaglio. In realtà il silenzio è solo apparente, perché la musica viene sparata nelle cuffie che ognuno ha in testa. Ma allora che cambia rispetto ad una discoteca normale? Sembrerebbe nulla, se non appunto il vantaggio per i vicini di poter dormire sonni tranquilli anche il venerdì e il sabato sera, ma non è così: la particolarità è che nei veri Silent Party ognuno ascolta una musica diversa. La scena che si apre agli occhi dell’ignaro osservatore è una massa di persone che, in un silenzio surreale da campana di vetro, ballano ciascuno a ritmo proprio. Chi balla reggae, chi rock, chi punk, chi magari tango o latinoamericano. Una trovata interessante o solo una nuova frontiera dell’alienazione individualista? Ai posteri l’ardua sentenza. Qui sotto trovate un video che mostra molto bene un Silent Party, anche se qui la musica ascoltata nelle cuffie è la stessa per tutti.
L’oste
07:30
Scritto da : osteriavolante
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21/10/2009
Prigionieri dei comici-guru. Perch?
La risata, prigioniera dei comici-guru
Il Foglio intervista Aldo Grasso, critico TV del Corriere della Sera
di Marina Valensise
Come Alain Finkielkraut, anche Aldo Grasso, critico tv sul Corsera e ordinario alla Cattolica, è sensibile alla deriva conformista dell’umorismo raccontata ieri dal Foglio. “Ha gli stessi vizi della pornografia, diceva Carlo Fruttero. Funziona per idee fisse, con poche varianti e serve solo a soddisfare un pubblico di fissati. Per un certo periodo è andato di moda l’umorismo di sinistra: tutti contenti di fare battute e caricaturizzare l’avversario politico, senza però mai affrontare il nucleo vero della comicità che non deve dipendere dall’oggetto esterno, ma nascere da qualcosa che ti preme dentro e ti sconquassa”. Dovrebbe colpire a 180 gradi destra e sinistra indifferentemente? “Sì, l’umorismo vero non ha bandiere, è il vento che muove le bandiere.
Un tempo c’era il teatro di rivista, unico luogo dove si potessero fare battute e doppi sensi, sempre con molta diffidenza però, perché il riso da noi ha sempre fatto paura. Poi c’è stata l’esplosione della tv, ma il nostro è rimasto un riso di pancia, più che di testa, che resta prigioniero del suo oggetto”. In Francia, non c’è giorno senza che alla radio un imitatore non sbeffeggi il presidente Sarkozy, imitandolo e parodiandolo. Da noi, Marco Travaglio ormai scrive i suoi articoli come un canovaccio per Brighella. “Il nostro umorismo è prigioniero della Commedia dell’Arte. Travaglio fa ridere i suoi e arrabbiare moltissimo gli avversari. Dovrebbe essere più trasversale, prendere in giro tutti. Per un giornalista tentato dalla satira c’è un comico che diventa guru, come Beppe Grillo”.
13:32
Scritto da : osteriavolante
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19/10/2009
Profanazione
Profanazione
Se c’è una cosa che ogni uomo medio vuole fare senza essere distratto è vedere le partite in santa pace, soprattutto la domenica dopo pranzo. E’ un momento di profonda comunione con la propria identità di genere, un rito sacro quanto la Messa, uno spazio talmente importante da orientare in modo definitivo l’umore del week-end. Un po’ come lo shopping per le donne.
Così ieri pomeriggio, negli unici 10 umili e preziosissimi minuti di pausa che mi sono concesso, ero gaiamente spaparanzato sul divano sintonizzato su “Quelli che..il calcio” per sentire le notizie dai campi. I risultati scorrono in basso ma un po’ lentamente, così ho il tempo (sfortunatamente) di sentire che la Ventura ha un ospite-bomba da non perdere: chi sarà mai? Pelè? Baggio? Lippi? No, Maria Grazia Cucinotta venuta a presentare il suo film sull’omofobia, con tanto di predica – sostenuta con cuore anche dalla Ventura – contro la mancata approvazione della legge Concia. Non ci credo! Avete già monopolizzato i film, i TG, gli spazi di approfondimento, le prime pagine dei giornali, i lavori parlamentari: almeno durante le partite di pallone lasciateci in pace!
Ma non possono, perché la loro è un’ideologia rivoluzionaria; un’ideologia che per imporsi, non trovando forza nella natura, ha bisogno della violenza ossessiva, della maniacale insistenza senza pausa. Proprio come per il divorzio, l’aborto e la vicenda di Eluana: bombardare senza quatiere fino a stremare del tutto le residue forze di resistenza. Ogni spazio è buono per insinuarsi. Mi verrebbe da dire ogni buco, ma non vorrei che mi denunciassero per omofobia.
L’oste

07:00
Scritto da : osteriavolante
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16/10/2009
La meravigliosa storia di Paola
Chissà se la stampa libera se ne occuperà
Ieri sera il TG1 ha raccontato una storia meravigliosa. La signora intervistata è la mamma di Paola, una giovane donna morta da poco dopo aver trascorso 37 anni in stato vegetativo, lo stesso stato di Eluana. Qui però la storia ha un finale diverso, perché la famiglia non rifiuta il dolore ma lo accoglie; i familiari si stringono intorno a Paola facendo i salti mortali per donarle una vita viva, gioiosa, intensa. Non ho alcuna intenzione di fare paragoni moralistici con gli Englaro, non ho vissuto esperienze simili sulla mia pelle per cui lungi da me le predichette da sacrestano; quello che mi ha colpito è però l'abissale differenza negli sguardi: gli occhi della mamma di Paola hanno una lucentezza, una serenità, una pace che in quelli tristi e disperati di Beppino non ho visto mai.
A lui è stata concessa la cittadinanza onoraria di Firenze e si è chiesto a gran voce il conferimento della medaglia al valore civile; niente di tutto ciò, ne sono certissimo, sarà riservato alla mamma di Paola, né cittadinanze né inviti nei migliori salotti TV. Questa discriminazione può farci comprensibilmente indignare e ci mancherebbe. Ma la profonda ironia di tutto ciò è che proprio in nell’ingiusta differenza di trattamento, nell’umile solitudine della famiglia durata 37 anni, nel silenzio imbarazzato che calerà su di loro un attimo dopo la fine del TG1, è qui che sta il sapore vero del loro gesto d’amore. Un amore che non trae la propria (r)esistenza dai rifettori esterni ma dallo scoprire ogni Uomo - sano o no - come fragile creatura, continuo mendicante di tenerezza e di cura gratuita.
L’oste
07:30
Scritto da : osteriavolante
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